Dazi sui semis: chi vince e chi perde
L’annuncio del 6 agosto 2025 con cui Donald Trump ha minacciato un dazio del cento per cento su ogni semiconduttore importato, salvo esenzione per le imprese che già fabbricano o che si impegnano a fabbricare negli Stati Uniti, segna la più radicale svolta protezionistica mai introdotta in un settore ritenuto cruciale per la sicurezza nazionale. La dichiarazione, resa nello Studio Ovale con Tim Cook al fianco, è stata subito seguita da una corsa dei partner commerciali a capire se – e come – rientrare tra i beneficiari del “carve-out”.
La misura si inserisce in un contesto di forte re-shoring già in atto: dall’inizio del 2024 il comparto ha annunciato impegni per oltre mille miliardi di dollari, e proprio Apple ha elevato a 600 miliardi le proprie spese domestiche, di cui 100 miliardi aggiuntivi destinati a una nuova filiera di produzione avanzata che coinvolge Corning, Applied Materials e Texas Instruments. Accanto ad Apple, i grandi foundry asiatici corrono ai ripari: Taipei fa sapere che TSMC, grazie ai megasiti di Phoenix, non subirà il dazio, mentre Seul ottiene l’esenzione per Samsung e – almeno per ora – per SK Hynix, impegnata in un impianto di packaging nell’Indiana.
Sul fronte domestico, i campioni dell’integrazione verticale escono rafforzati. Intel sta realizzando a Licking County, Ohio, il più grande complesso europeo-americano di wafer avanzati, opera che la società definisce “Ohio One” e che servirà tanto il business foundry quanto il portafoglio proprietario. GlobalFoundries, dal canto suo, ha portato il piano decennale di spesa a 16 miliardi di dollari concentrandosi su New York e Vermont, mentre Micron ha esteso a circa 200 miliardi l’investimento in nuove linee DRAM e HBM a Boise e Manassas, allineandosi alla strategia “produce where you sell” cara alla Casa Bianca.
Tra i designer fabless statunitensi, chi ha già prenotato capacità nei nuovi impianti appare relativamente al sicuro. Nvidia e AMD stanno negoziando con TSMC e con Intel Foundry accordi pluriennali che sposterebbero parte della produzione di GPU e CPU di fascia alta oltreoceano, riducendo l’esposizione tariffaria e garantendo accesso a nodi di processo di ultima generazione.
Al contrario, i gruppi che continuano ad affidarsi quasi esclusivamente a fab estere rischiano di subire un duro colpo ai margini. Broadcom, i cui nuovi chip di rete Jericho4 sono fabbricati da TSMC a 3 nanometri, non ha ancora annunciato alcun impianto nazionale; un dazio pieno ne gonfierebbe immediatamente i costi. Qualcomm, pur americana, dipende da Taiwan e Corea per la quasi totalità dei wafer e, secondo le ricostruzioni di mercato, non ha ancora formalizzato investimenti sufficienti a garantire l’esenzione. Fabless asiatiche come MediaTek o Realtek sarebbero colpite su ogni spedizione destinata al mercato USA, con ovvie ripercussioni sui listini di smartphone e dispositivi IoT.
La stessa SK Hynix, pur al riparo dal dazio sui chip di memoria grazie all’intesa Seul-Washington, resta in una “zona grigia”: il solo packaging dell’Indiana potrebbe non bastare se la Casa Bianca pretendesse la fabbricazione del wafer sul suolo americano. L’azienda ha ottenuto finora 450 milioni di sussidi federali e prestiti agevolati per lo stabilimento, ma gli analisti non escludono condizioni aggiuntive.
Dal punto di vista macroeconomico, il nuovo protezionismo induce un’ondata di spesa in costruzioni, macchinari e ingegneria che può sostenere il PIL reale statunitense nei prossimi tre anni, ma comporta strozzature di capacità e competenze: ingegneri di processo e tecnici di manutenzione sono già oggetto di una caccia globale. Nel breve, il mercato ha reagito con sollievo alla prospettiva di ampie deroghe, contenendo la correzione dei titoli tecnologici e del dollaro; gli strategisti notano tuttavia che l’effetto sui prezzi finali di notebook, auto elettriche e server si farà sentire non appena l’IT channel ricostituirà le scorte.
Sul piano geopolitico, la mossa di Washington costringe alleati e rivali a una delicata partita di ritorsioni crociate: Seoul e Taipei, per il momento, evitano controdazi su litografia e materiali chimici, ma Pechino potrebbe sfruttare la finestra per attrarre know-how con incentivi mirati. L’esito dipenderà da quanto rapidamente le nuove fab americane entreranno in produzione e da quanto saranno competitivi i loro costi rispetto all’Asia.
In sintesi, la tariffa-shock riorienta la catena del valore del silicio verso gli Stati Uniti, premiando chi investe ora e penalizzando chi tergiversa. Per le imprese tecnologiche, la priorità diventa formalizzare impegni concreti di capacity domestica, assicurarsi slot di produzione nei nuovi impianti e, a valle, rinegoziare clausole di approvvigionamento “Made in USA” con i propri fornitori. Il tempo, più che il dazio in sé, sarà il vero discrimine fra vincitori e perdenti.
