Goldman Sachs rivede le stime: i dazi non porteranno a un’inflazione sostenuta
Goldman Sachs rivede le stime: i dazi non porteranno a un’inflazione sostenuta
Secondo Goldman Sachs, l’impatto dei nuovi dazi imposti da Donald Trump sull’inflazione sarà limitato e temporaneo, e non produrrà un’accelerazione duratura dell’inflazione come temuto da molti osservatori. In una nota firmata dal capo economista Jan Hatzius, la banca afferma che i dazi potranno determinare solo un “one-time boost” ai prezzi, portando il core PCE al 3,6% nel corso del 2025, ma che tale rialzo rientrerà già nel 2026.
La posizione di Goldman si differenzia nettamente da quella di molti analisti e commentatori, specialmente quelli vicini ai Democratici, che paventano una spirale inflazionistica permanente (“right-tail scenario”). La banca sostiene invece che gli effetti secondari — come la debolezza attesa della crescita economica, un mercato del lavoro meno tirato e la fine degli stimoli fiscali post-pandemia — limiteranno l’impatto dei dazi. Inoltre, i segnali anticipatori sui salari sono in rallentamento, e la capacità di spesa delle famiglie non è più drogata dai trasferimenti governativi.
Goldman critica anche apertamente le previsioni allarmistiche provenienti dal sondaggio dell’Università del Michigan, definendole tecnicamente fuorvianti e sostenute da metodologie discutibili. Nonostante queste preoccupazioni, il quadro attuale viene descritto come “meno preoccupante rispetto al picco inflattivo del 2022”, anche perché le dinamiche salariali e i comportamenti di prezzo delle imprese risultano oggi più ancorati.
Tre sono i principali motivi per cui Goldman esclude un ritorno a inflazione strutturalmente elevata:
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L’eventuale rimbalzo inflattivo sarà molto meno esteso rispetto al passato e, quindi, difficilmente porterà a un cambiamento psicologico duraturo nelle aspettative di prezzo e salario.
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Il mercato del lavoro è oggi molto meno surriscaldato rispetto al 2022, e i salari crescono a ritmi coerenti con un’inflazione sotto il target della Fed.
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A differenza del periodo post-pandemia, oggi i consumatori non dispongono più di extra-liquidità e sono meno inclini a tollerare aumenti di prezzo, riducendo la possibilità che le aziende riescano ad alzare i listini senza conseguenze sulla domanda.
Goldman segnala inoltre che i recenti dati sull’inflazione “core” e sugli affitti tendenziali continuano a mostrare segnali di raffreddamento. Di conseguenza, la banca resta convinta che la Fed potrà procedere, una volta superati gli effetti transitori dei dazi, con tagli di tasso finali (normalization cuts), il che dovrebbe fornire un sostegno ai mercati azionari.
Hatzius si lascia comunque uno spazio di manovra: ammette che un’escalation dei dazi o l’introduzione di tariffe realmente proibitive potrebbe alterare questo scenario. Tuttavia, conclude osservando che le tariffe, per Trump, sono principalmente uno strumento negoziale e che difficilmente si trasformeranno in un ostacolo strutturale.
